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  • 1. Montegiusto. Una terra antica per guardare al futuro
  • 2. Monococco per vecchi pasticceri

1. Montegiusto. Una terra antica per guardare al futuro

Montegiusto è un posto fuori strada. Lontano da tutto. Oppure centro del tutto.

Montegiusto è un progetto. Pensiamo che sia il posto adatto in cui vivere il nostro futuro, tra boschi, querce secolari, praterie, acque di sorgente, animali selvatici in libertà, terra buona da coltivare. A Montegiusto c’è silenzio, un ampio panorama di montagna, i ruderi di un piccolo borgo da tempo disabitato. Più in basso scorre il fiume: forre, cascate, vecchi ponti, mulini abbandonati. Case abitate solo in lontananza, la più vicina a due chilometri, non visibile da qui.

Per secoli Montegiusto è stata il centro di un mondo. Sin dal Mille l’antica chiesa di Santa Maria, costruita in conci di arenaria e sasso spungone, divenne il fulcro di una piccola comunità di montagna, un “popolo” si diceva quando qui signoreggiava il Granduca di Toscana. Nella canonica abitava stabilmente un prete, che somministrava sacramenti e amministrava i beni della chiesa. Nella casa grande più in alto, verso il castello, si riuniva periodicamente il consiglio degli anziani. Il cimitero custodiva la memoria delle vite qui trascorse. I grandi prati attorno alla chiesa ospitavano chiassose feste e fiere d’estate, che risuonano ancora nei vividi ricordi degli anziani, ormai trasferiti altrove.

Dalla fine degli anni 1960 la costruzione della nuova strada provinciale, che escluse Montegiusto dal suo tracciato, e il miraggio di un lavoro nelle fabbriche della pianura allontanarono tutti da qui. L’antica e venerata statuina della Madonna con Bambino in solenne processione venne trasferita altrove. La chiesa rimase abbandonata, le case svuotate. A Montegiusto restò per qualche anno un contadino, a coltivare i campi con la sua famiglia. Poi, via anche loro.

Oggi le case, la chiesa, la canonica, il cimitero sono in rovina. Resta la buona terra. Restano i grandi prati, le sorgenti, l’aria cristallina. Il bosco si è infoltito e ripopolato di animali. Le tracce degli uomini che vissero a Montegiusto sono ormai ridotte a frammenti. La natura ha invece potuto esprimersi per decenni senza freni.

Così trovammo un giorno Montegiusto. Il nostro sogno è di viverci, con rispetto per la sua storia e per la natura, con la consapevolezza di esserne parte, cercando di trarre dalla terra i frutti per il nostro sostentamento.

Nel 2011 il nostro progetto ha cominciato a prender forma. Abbiamo dissodato i terreni un tempo coltivati e siamo partiti mettendo a coltura un ettaro, impiegando un piccolo trattore e lavorazioni leggere. Abbiamo piantato alberi da frutto ed erbe aromatiche, innestato piante selvatiche, seminato legumi e cereali, crescendo senza esagerare, assecondando il ritmo delle stagioni.

Montegiusto oggi produce monococco, miglio bruno, avena, mais, legumi, ortaggi, frutta e un ottimo Sangiovese, quando riusciamo a vendemmiare prima del passaggio di golosi stormi di uccelli.

Abbiamo consolidato ciò che rimaneva della chiesa e della canonica, ripulito le macerie, raccolto e protetto quanto più materiale possibile delle antiche costruzioni. Un giorno speriamo di poter avviare anche la ricostruzione ma se non riusciremo in questo intento, pazienza, ci riuscirà forse qualcun altro. Intanto a Montegiusto ci gustiamo il nostro piccolo paradiso!

2. Monococco per vecchi pasticceri

Correva l’anno 1904. Il professor Marco Marro, originario di Limone Piemonte, insegnava agronomia agli studenti del Regio Istituto Tecnico e della Regia Scuola degl’Ingegneri a Roma. Fu allora che egli volle coronare la sua decennale e brillante carriera di docente dando alle stampe per la casa editrice Paravia il secondo volume del suo Corso Generale di Agronomia, dal titolo Coltivazione delle Piante Erbacee.
Lo stile conciso e ordinato, le note vivide, le tante informazioni che il prof. Marro ha raccolto in questo agile manuale hanno ispirato molte delle nostre scelte quando muovemmo i primi passi nel mondo delle attività agricole. Alla pagina 217 si trova la sua descrizione del grano monococco, una lettura che ci ha molto incoraggiato, orientando le nostre preferenze verso questa coltura quando ancora pochi la conoscevano. La riportiamo integralmente qui di seguito:

Triticum monococcum. Si distingue per avere ordinariamente un sol seme per ogni spichetta. La spica è molto compressa e aristata. Tallisce abbondantemente, è pochissimo soggetto alle malattie, il fogliame è di un verde vivo. Non dà che prodotti molto piccoli.
Una volta era molto più coltivato di ora. Gli antichi scrittori latini lo citano sovente, ma attualmente la sua coltivazione in Italia è limitata a qualche alta valle dell’Appennino. Anche negli altri paesi d’Europa essa ha poca importanza e si mantiene soltanto in alcune ristrette parti di regioni montuose e poco fertili, come il centro della Francia, la Lorena, il Giura, la valle del Reno, la Svizzera, la Svevia, la Franconia, l’Ungheria e la Russia.
La causa principale che ha fatto restringere la coltivazione di questo cereale sta nella difficoltà della macinazione, perché prima di ridurlo in farina bisogna farlo passare sotto macine speciali per liberare i chicchi dagl’involucri che li coprono. In compenso ha sul frumento parecchi vantaggi, che si possono riassumere nei seguenti:
Ha maggior forza di assimilazione, quindi può prosperare su terreni più poveri e più aridi.
Teme meno la siccità e può coltivarsi su terreni leggeri e sabbiosi, ove il frumento non farebbe buona riuscita.
Resiste di più ai rigori degl’inverni rigidi, è più robusto, quindi conviene più del frumento ai paesi molto freddi.
Tallisce molto, si può seminare più rado e può servire a formare dei buoni erbai.
Non alletta ed è pochissimo soggetto alle malattie.
Dà una farina fina e bianca, con la quale si può fare del pane bellissimo. In Germania e nella Svizzera i pasticceri la preferiscono a quella di qualsiasi altro cereale.”